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il mio blog è come la mia casa, chi vi entra sa di poter trovare accoglienza e conforto, ma con la spada vigile che protegge dal male.

domenica 20 marzo 2011

Guerra alla Libia

Dopo l'intervento militare internazionale contro la Libia, stavo per scrivere un post su quanto vedevo e che nessun cronista ancora aveva scritto. Premetto che condanno totalmente la figura di Gheddafi, ma devo comunque considerare che questo intervento di guerra, che vede impegnati da un lato un neo-premio Nobel per la pace (Obama) e dall'altro uno stato con ancora troppe ombre sul cielo di Ustica (Francia), mi lascia alquanto perplesso.
Al centro
la nostra politica estera degli ultimi anni (e governi) che ha visto grossi stanziamenti di soldi e superamenti di sbarramenti storici e culturali nel nome del futuro comune, a che ha dato indiscutibili favorevoli risultati economico-politici.
E adesso come al solito ci troviamo a dover digerire un grosso boccone controvoglia, che rischia pure di andare di traverso!


Leggendo l'intervento di Vittorio Sgarbi sul Giornale ho trovato nelle sue parole quanto volevo scrivere, e pertanto lo pubblico volentieri e rimando al link originale dell'autore dell'opera e della testata giornalistica:
http://www.ilgiornale.it/esteri/il_commento_io_dico_che_questo__e_conflitto_sbagliato/20-03-2011/articolo-id=512658-page=0-comments=1

Illustre Presidente ritengo mio dovere scrivere oggi, per futura me­moria, il mio pensiero sulla vicen­da libica. Non c’è nessuna buona ra­gione per aderire alla posizione dei volenterosi accettando la risoluzio­ne Onu e seguendo la Nato e gli americani. Obama è ancora una volta, come Bush e Clinton, pronto a un’azione militare. In molti Stati della civile America c’è ancora la pe­na di morte. L’illuminismo si è fer­mato. Ciò che era chiaro a Cesare Beccaria e ad Alessandro Manzoni non è stato completamente com­preso dalla democrazia america­na. Lo Stato che uccide non risarci­sce il torto subito. Impone la sua for­za con lo stesso arbitrio del crimina­le.


Nessuno può disporre della vita di un altro. Perché dovendo distinguere gli italiani dagli americani, risalgo a po­sizioni così lontane? Perché è evi­dente che la retorica con cui si fa ri­ferimento alle inermi e indifese po­polazioni civili sotto l’attacco mili­ta­re di Gheddafi esclude che lo stes­so comportamento, con analoghi ri­schi, possa essere assunto con la no­bile motivazione di difendere il po­polo libico. Non parlo per questio­ni di principio. Mi riferisco alle tan­te azioni, in particolare in Irak, che hanno reso odiosi gli americani per­ché le loro bombe contro il dittato­re hanno, non raramente, colpito ci­vili. Il delirio guerrafondaio di Sarkozy oggi, e il rigore di Obama minacciano identici rischi. Si può bombardare senza uccidere, an­che con le migliori intenzioni. Bom­bardare anche senza milizie di ter­ra, cui almeno si risparmia la vita (quanti italiani sono morti nelle missioni di pace?) vuol dire essere inguerra.

E non c’è nessuna buona ragione di concedere ad americani e francesi le nostre basi di Gioia del Colle, Trapani, Sigonella. Malta che, con noi è il Paese più vicino e più a rischio, non consentirà l’uso delle basi.Perché l’Italia sì?Sarà op­portuno ricordare che già la Libia ha sopportato un lunghissimo em­bargo e già si era imposta dall’Onu una no fly zone . Ecco perché scrivo ora. Quell’embargo,quella no fly zone io li violai nel 1998 con una impresa temeraria che ful’iniziodello scon­gelamento dei rapporti fra l’Italia e la Libia prima con Prodi e Dini, poi con D’Alema, poi con Berlusconi e ancora con Prodi e con Berlusconi. Tutto il mondo ha assistito a questa evoluzione che ha interessato an­che Francia, Inghilterra e persino l’America. Gheddafi, sempre lo stesso, era diventato buono? No.

Si era preso atto di una situazione con­solidata e della necessità di trovare un alleato sicuro contro gli sbarchi di clandestini che interessano pre­valentemente se non esclusivamen­te l’Italia, non l’America. Anche in questo diverso. Perché allora oggi scoprire che Gheddafi non è un leader democra­tico? Non lo è mai stato. Come non è una insurrezione di popolo, per un risorgimento (come si illude non so quanto credendoci Napoli­tano), la rivolta delle città libiche contro Gheddafi. Si tratta come san­no gli osservatori più informati di una guerra fra tribù in un complica­t­issimo sistema che muove interes­si del tutto estranei a quelli del po­polo. Se Gheddafi cade non sarà una democrazia a determinare il nuovo potere ma un intreccio di al­leanze di famiglie che prenderan­no il potere contro il popolo stabi­lendo un altro regime.
Voglio ricor­dare che quando andai la prima vol­ta inLibia prima di violare l’embar­go con un lunghissimo ed estenuan­te viaggio, prima ancora di mostra­re a me e alla mia delegazione i su­blimi siti archeologici di Leptis Ma­gna, di Sabratha, di Cirene, Ghedda­fi ci indirizzò come a un santuario al «museo» cui più teneva: la sua ca­sa bombardata dagli americani, mi pare nel 1987, per tentare di cacciar­lo come vogliono fare ora. Non ci riuscirono, come si è visto. Ma in quella casa morì, con altri libici, an­che la figlia di Gheddafi. La morte di un soldato in guerra è tragica, ma è nelle cose; la morte di un cittadino inerme o di un bambi­no, non è accettabile. Bombardare equivale a un atto di terrorismo: è colpire alla cieca, colpire chi non si può difendere e colpire chi è inno­cente. Far pagare ai cittadini, come con le limitazioni derivate dagli em­barghi, le colpe del dittatore.

Se tale era, come fu a partire dal suo colpo di Stato, e come è, non bisognava in nessun momento scendere a patti con lui.L’abbiamo ricevuto,onora­to. È stato visitato e ossequiato, da D’Alema come da Berlusconi.Oggi noi, che siamo i più esposti, non ci possiamo permettere di voltargli le spalle riconoscendolo improvvisa­mente come criminale di guerra, quale era già stato, per esempio, con il caso Lockerbie. Dopo Gheddafi non c’è la demo­crazia, c’è la deriva come in Soma­lia. Ci saranno altri colonnelli. E le nostre coste sempre più indifese. Ma soprattutto, concedendo le ba­si, saremmo complici di tutte le morti inevitabilmente causate dai bombardamenti. Per difendere i li­bici da Gheddafi, diventeremmo come lui.

Potrà così avvenire che lui si salvi e che noi uccidiamo inno­centi, esattamente quello che si at­tribuisce alla sua azione militare in casa. Per eliminare Gheddafi, usan­do le stesse armi (di aria, certo, non di terra!) diventeremo come Ghed­dafi. L’unica strada resta dichiarare come la Germania e Malta la non belligeranza e lasciare a francesi e americani la decisione di un altro scellerato attacco in nome della de­mocrazia e della libertà (la loro, non quella del popolo libico).

sabato 26 febbraio 2011

Mariastella Gelmini, continua così


Finora per me la scuola è stato un periodo racchiuso tra i ricordi della mia giovinezza, oggi invece "scuola" rappresenta un ente, di cui sono utente per la ragione di una figlia che è nella Scuola dell'infanzia.
Seguo le vicissitudini scolastiche da "uomo della strada" oltre che da padre, e purtroppo alcune recenti atteggiamenti con cui mi sono dovuto interfacciare, mi hanno convinto che i tagli e l'inversione di rotta proposto/imposto dal Ministro Gelmini sono una minima azione di quel necessaria opera di rivoluzione nel mondo scolastico.
Ora, posso capire i disagi del personale docente, le difficoltà del personale dirigente che sovente opera ad interim, posso intuire come si è arrivati allo spolpamento delle mansioni del personale ATA, posso anche capire e non condividere quel classico fare italico, in cui esiste una entità chiamata scuola, ma non si capisce bene chi cazzo comanda e chi riceve gli ordini, chi decide e entro quali limiti!
Non mi capite? allora mi spiego: la scuola è formata da personale dipendente dal MIUR, legato a centomila formazioni sindacali e altrettante graduatorie di merito, appese tra ricorsi e deroghe, opera in strutture date e gestite dagli enti locali, che però assicurano gli stessi servizi demandandoli all'out sourcing, il tutto sotto la responsabilità delle famiglie, i soldi non si capisce bene da quale ente debbano essere forniti, quando qualcosa funziona è bravo il Dirigente scolastico, quanto tutto va a puttane la colpa è di qualcun altro, il quale sicuramente ha fatto richiesta di intervento ad un'altro ente ancora, il quale non è del tutto responsabile in quanto....
Di fatto pigliano per il culo noi famiglie e devastano quella potenzialità di crescita dei nostri figli.
Devo dire che anziche limitarmi a commentare sulla base di dicerie, mi sono andato a cercare (e studiare) tutte le principali leggi in materia, le direttive del MIUR, i contratti collettivi delle varie categorie, le paghe e gli orari di lavoro, la formazione delle graduatorie e i meccanismi di assunzione dei precari. Quindi posso permettermi di parlare a tutto tondo!
Fortunatamente ho avuto a che fare con piccoli problemi, anzi leggere richieste di intervento, ma sempre ho trovato nel personale scolastico una totale propensione per quei meccanismi burocratici per scaricare il tutto "a massa".
E per fortuna non ho avuto esigenze gravose per me o per mia figlia, non voglio manco immaginare cosa sarebbe successo.
Ecco alcune delle situazioni strampalate in cui mi sono avventurato:
  • la dirigente di plesso mi avverte alla mattina, mentre accompagno la bambina, che il telefono è rotto e pure il fax, quindi se voglio lasciare mia figlia a scuola è a totale mio rischio e pericolo in quanto lei non può contattarmi in caso di emergenze, e mai utilizzerebbe il suo telefono privato.La mia risposta è stata, innanzi tutto il problema è suo per per tale contesto piglia pure un bel stipendio, inoltre se vi fosse una urgenza La autorizzo a contattarmi tramite l'Arma dei Carabinieri, visto che comporre il 112 è gratis.
  • la volta che preparo un format da compilare scaricato dal sito del MIUR, e l'imbecille della segretria non lo ha voluto accettare in quanto diverso dal format che lui aveva sempre visto (per la cronaca era identico, solo che il secondo era la copia della copia della copia, scolorito e storto!). Stavo per sbattergli in faccia tutti i DPR sul funzionamento della Pubblica Amministrazione, ma ho avuto pietà di tale elemento senza materia celebrale, assunto magari per chissà quale categoria protetta.
  • colloquio con un Dirigente, che ho beccato solo dietro appuntamento fissato per telefono (giusto per evitare che si neghi quando vado in segreteria per impegni urgenti, e poi comunque ne capisco i vari impegni). La mia domanda era ovviamente incentrata su un piccolo problema di mia figlia, la risposta non ha tenuto conto minimamente della figura della bambina (che pensavo preminente pur inserita in un enorme contesto: leggi perno debole), la locuzione è stata una disamina cronostorica di tutto quello che deve fare giornalmente un Dirigente scolastico e la malora in cui vive il sistema organizzativo (preciso che mi sono sentito il suo analista).
Spesso mi sono stati quasi sbattuti in faccia i problemi sindacali, i turni dei docenti, il personale ATA che non collabora. Da qui ho capito che il problema principale non è il risultato della formazione (leggasi compito d'Istituto dell'ente publico e raggiungimento di obiettivi aziendali), ma avere quante più classi per avere quanti più insegnanti, per avere quanti più numeri, per avere quanti più finanziamenti, per avere quanti più plessi, per avere quanti più meriti etc. etc.
Ma quante volte noi genitori dovremmo denunziare la scuola per frode contrattuale, quante sono le scuole che raggiungono gli obiettivi fissati nel POF?
Ma dico, se mia figlia non esistesse, tutti questi qui avrebbero per caso senso? La scuola esiste perché esistono gli alunni oppure è il contrario?
Inoltre, la scuola è qualcosa di attagliato alle esigenze degli alunni, oppure è un grosso contenitore che funge da ammortizzatore sociale per tutti quelli che hanno studiato e non trovano lavoro, una specie di agenzia di collocamento per persone sfortunate?
Pertanto il titolo è brava Gelmini, continua non a "tagliare" ma a "ridimensionare" questo barbaro scatolone che è diventato un'agenzia di collocamento, dove il bambino (poi adolescente - ragazzo - uomo) è semplicemente un intoppo in un perverso meccanismo autocompensante.

mercoledì 9 febbraio 2011

L'errore anarchico.

Oggi più che mai si sente il ritorno ideologico dell'anarchia. La storia ci insegna che sono fenomeni maggiormente frequenti in quei periodi di staticità intellettuale e di depressione finanziaria, quei momenti in cui si rivendica uno stato di agitazione sociale, sovente facinoroso e violento, che mira a ribaltare i meccanismi per garantire quella voglia di libertà sentita dalle persone più povere ed emarginate, soggette a soprusi, foraggiate dai coltivatori del sogno di una società libera e senza regole capitalistiche legate al consumismo frenetico.

Ora riflettiamo, la ricerca di libertà è un ideale facilmente condivisibile e chiunque ne diventerebbe subito partecipe, pronto a combattere per conquistare e mantenere la propria ed altrui libertà. Ma quale è il prezzo di tale principio, quando il proprio ideale e quello di tutte le altre persone coincide? Siamo sicuri che l'uomo nasce e cresce libero per esigenze biologiche piuttosto che per effetti sociali?

Di fronte a questi dubbi non posso che rivolgermi all'osservazione delle regole che la natura ci offre, giacché per trovare soluzione al mio ragionevole dubbio appaiono le più autentiche e quindi fonte di riferimento.

Il mondo animale, se osservato senza preconcetti, ci fa vedere le combinazioni di regole di sopravvivenza che le varie specie adottano in autonomia, raramente l'essere è singolo, esistono i gruppi e le famiglie, quindi sovente si trovano esempi primitivi delle nostre regole sociali. Ci sono anche esempi di tolleranza e cooperazione, capi branco e gregari, leader e speculatori.

Quindi deduco che la libertà non esiste in natura, mentre esiste l'egoismo e l'individualismo, esiste chi aggredisce e chi viene aggredito, esiste quella cosa comunemente detta sopravvivenza.

Cosa ci rimane di naturale? Potrei citare le caratteristiche fisiche, l'intelligenza, la salute, la malattia e tanto altro. Ma ancora non vedo libertà individuale e tanto meno collettiva.

Con quale giustificazione posso quindi rivendicare la lotta anarchica per ottenere la liberazione delle masse dalla tirannia politico-capitalista? La struttura di partenza e fragile, ed ancora di più il metodo, se è vero che con la lotta (armata o ideologica) non si fa altro che invadere la libertà altrui, imprimendo in modo violento una opinione che sfocia in soffocamento delle altre opinioni, in altra tirannia per ottenere libertà, arrivando al paradosso dell'anarchia!

Quindi i meccanismi della libertà individuale non possono passare dalla violenza, ma piuttosto dal pensiero individuale, dalla crescita interiore che porta alla crescita collettiva, all'emancipazione personale e di gruppo.

Ma ritorniamo alla natura delle cose, siamo sicuri che questa libertà sia un'esigenza collettiva? Chi ha detto che l'uomo non può nascere padrone o schiavo? Ricordiamo quelle caratteristiche naturali dette prima, ovvero le basi di quel meccanismo di sopravvivenza e competizione che già si trova nel regno animale. Allora questi meccanismi, se applicati alla nostra società, non sono mica tanto lontani dalle comuni regole sociali. L'uomo può liberare se stesso con la cultura o con la forza, ma non può liberare un suo simile perché non è sempre certo che quella sia la sua esigenza naturale.

Per capire meglio introduciamo il concetto di “finzioni sociali”, quello che ci appare ovvio in quanto consueto, ma non necessariamente giusto e naturale.

L'errore dell'anarchico è proprio questo, confondere i bisogni naturali con le finzioni sociali, delle quali egli stesso è artefice e vittima inconsapevole. Le finzioni sociali sono quelle regole che portiamo addosso e si chiamano consuetudine, costume, regolamento.

Ora vediamo se si può rivendicare ed ottenere l'abbattimento delle finzioni sociali. Personalmente ho forti dubbi, in quanto lo stile di vita fin qui raggiunto ha portato un benessere diffuso inimmaginabile un secolo fa, la speranza di vita è cresciuta vertiginosamente negli ultimi decenni, l'uomo riesce quasi a sovvertire quelle caratteristiche naturali per cui egli stesso nasce.

Rinunciare alle finzioni sociali appare proponibile ma di difficile attuazione. Cosa lasciare e cosa mantenere? Ritorniamo al concetto di libertà individuale, per me aboliamo i tutti i codici legislativi, per un altro aboliamo la cura dei malati, per un terzo eliminiamo i confini politici e creiamo un unico stato, anzi nessuno stato!

Visto dove siamo arrivati? Questa è una chiara esigenza di democrazia, dialogo, esigenze collettive risolvibili con lo studio per porre soluzioni e adattamenti che creino regole di buona sopravvivenza. Ma questo non è il DNA della politica? Essere al servizio della gente per soddisfare le esigenze del popolo.

Allora si svernicia con la forza un legno, procurandogli lacerazioni, per poi ridargli lo stesso colore?

Possiamo andare avanti senza politica? Si, ma per fare questo tante persone devono discuterne, altrimenti è uno che decide per tutti.

Qui il concetto passa per il faceto, in quanto è provocatorio tanto quanto illusorio, quale movimento anarchico è in grado di rivendicare la scelta perfetta? E comunque sarebbe una scelta collettiva da imporre ad altri? E questo non è un chiaro esempio di sopruso?

L'errore dell'anarchico e semplice, chiaro e tremendamente banale: l'anarchia è la base di tutte le dittature.


venerdì 14 gennaio 2011

Oggi in cronaca

Mentre ero sotto seduta dal fisioterapista per cercare di dare sollievo alla mia fascite plantare (solita sfiga!!), pensavo ad un recente fatto di cronaca locale, che riassumerò in modo parziale per evitare che qualcuno vi si possa riconoscere.
Partiamo dall'inizio, mi trovavo sul solito bus che mi riporta a casa dopo il lavoro, vicino a me due ragazzi che da vari anni incontravo casualmente sul mezzo pubblico, due perfetti anonimi che se dovessi descrivere in una parola direi: nerd.
Faccia da adolescente, abbigliamento volontariamente trasandato per comunicare la propria disobbedienza, probabile studente ripetente delle superiori, resa scolastica mediocre, tarato e sognatore.

Spesso notavo questi due tra gli altri per il loro modo di esprimersi tipico da vita passata di fronte ad una play station, anche nei gesti ripetevano spesso atteggiamenti tipici da videogioco. Nelle loro storie che mi è capitato di origliare per la vicinanza (leggi quindi sorbire) tante serate chiusi in camera a combattere con i loro nemici mostri, calci alla Bruce Lee oppure pistole laser a dieci punte piuttosto che alabarde o altre cavolate del genere.

L'ultima volta che ho incrociato i due sul bus, parlavano di fucili di precisione per sparare ipotetici nemici e teorizzavano su calibri e distanze di tiro. E' da aggiungere che la volta precedente uno dei due stava con una ragazzina di fianco, la scena faceva presagire la recentissima fine di una storia d'amore.

Il giorno dopo mentre sfogliavo un giornale locale, mi trovo stampata la faccia del più "secchione" dei due in cronaca, arrestato per tentato omicidio volontario. La scena descritta dal giornalista narrava di una rivalsa amorosa tra contendenti maschi, patetica se non fosse per l'aggravante che uno stava per lasciarci la vita.

Il fatto mi ha ricordato due momenti distinti:
1) quando ho visto il film "Elephant" che narrava la folle mattanza avvenuta in una scuola americana a causa di due giovani con problemi di adattamento nel contesto sociale e scolastico;
2) un bellissimo pezzo di Paolo Crepet sulla sconcertante capacità di un ipotetico giovane nel commettere un omicidio, anche efferato, in quanto abituato ad infliggere la morte virtuale (nei videogiochi e nelle fantasie), oppure ad assistere alla fine di una vita in film e fumetti.

Nel primo caso era terribile la storia di una mattanza programmata, necessaria per avere quel riscatto verso chi non accettava i due personaggi protagonisti, nonché la previsione di una successiva notorietà che avrebbe ridefinito i ruoli delle parti antagoniste.

Nel pezzo di Crepet la cosa sconcertante era la dissociazione del carnefice dall'atto criminoso, in pratica vi era un evento (porre fine ad una vita umana) staccato dal contesto (la morte di una persona ed un gravissimo reato) e dalla risultanza (una persona non potrà più vivere ed un assassino sarà punito per il delitto commesso).

Ora sapere la risultanza di un fatto per averla letta sul giornale, avendo involontariamente assistito alle fasi preparatorie dell'evento, mi ha fatto riflettere sul contesto, vedendo realizzare quel supposto dottrinale di Crepet in un fatto di cronaca.

Ulteriori commenti non mi competono, ma questa è una storia di ragazzi che si sono ritrovati in eventi che non hanno saputo gestire, a causa di una crescita legata a valori fasulli e devianti.
Ai miei tempi giocava nelle strade, nei terreni incolti, al massimo si poteva ammazzare qualche lucertola con il fucile ad elastico autoprodotto, ma le scene erano reali. La fatica della corsa, lo schiaffo ricevuto oppure dato erano veri, la partita a pallone ti faceva sentire realmente la vittoria e la sconfitta.
Non mi permetto di fare paragoni su chi e cosa sia meglio, ma rivendico il fatto che tutto era reale e non si poteva premere CTRL-ALT-CANC se la partita a pallone aveva preso una brutta piega.

domenica 26 dicembre 2010

Blog successivo



Mai capitato di navigare tra i blog cliccando blog successivo??

ovviamente vi sarà capitato, ed è normale snidare qualche blog con questo sistema. Il mio dilemma è: per quale maledetto meccanismo te stai su un blog che giudichi interessante, vai verso il successivo, intuisci che esiste un qualche collegamento con quello precedente e vieni rapito dal tasto "successivo". Allora continui e pure il terzo ci azzecca. Il quarto diresti che ci è finito per errore, ma al prossimo ti riporta sulla tematica a te preferita.

Invece no, cominciano ad uscire i santini, e poi le parrocchie, e poi i bigotti di quelle cazzo di gite della speranza verso le statue che piangono, parlano o fanno i tarocchi!!

Ma dico, succede solo a me oppure è una regola segreta di evangelizzazione delle masse internaute?

Mi sono rotto le palle di trovarmi sempre sti blog bigotti al quinto colpo, cancello i cookie (almeno quei pochi che riescono a passare i miei filtri) elimino tutto. Sbianco la memoria al computer.

Riprovo ed 1..2..3..4..toh Gesù in promozione.
AAAAAHHHHHH

martedì 21 dicembre 2010

Scontro civile

































Queste immagini sono la più cruda rappresentazione della condizione sociale italiana, sono la cartina al tornasole dei valori disciolti nella ipocrisia, nella rabbia, nella violenza, nell'iniettitudine alla civile convivenza. Quelle forme minime di rispetto verso il prossimo e verso se stessi sono precluse a tutta una generazione ingorda di successo e di presenzialismo, avida del proprio egocentrismo più barbato e devastante.
Inutile nascondersi dietro una riforma scolastica, quale che essa sia, inutile difendere la propria ferocia con il disagio giovanile, vergognoso infine sostenere che la lotta di piazza è l'unico strumento per combattere il capitalismo e la carenza di occupazione e sicurezze economiche.
Le società cambiano, si adeguano e si avvolgono sui propri principi ed errori, ma di fatto la violenza a qualsiasi titolo procurata gratuitamente a beni e persone non sarà mai la chiave di svolta, se non verso un imbarbarimento della causa e dell'effetto.
Con quale senso morale si può uscire la mattina, salutando la propria mamma e fratellini, andare sul bus, incontrare il gruppo di amici di battaglia e recarsi in piazza, oppure strada, indossare un armamentario composto da casco, sciarpa e guanti, per poi sfidare da dietro questa ipocrita maschera il "potere costituito" ovvero dei poliziotti pagati per garantire il rispetto delle regole. Così è semplice spaccare e sfondare tutto quanto rappresenta il capitalismo, negozi e banche, mezzi pubblici e beni artistici secolari, McDonald's e sedi pubbliche, senza metterci la faccia. Uomini nascosti nella mischia, parti ben integrate in una folla priva di soggetti, l'onda avanza minacciosa ma con un proprio nucleo vuoto.
Ma questi giovani (il termine per questioni demografiche oramai accoglie pure trentenni sfaticati) lottano contro se stessi, combattono una battaglia contro i soprusi e contro gli abusi dei tiranni del capitalismo, ma esibiscono tutti quei simboli consumistici di cui sono ghiotti divoratori.
Si organizzano usando internet, scambiano messaggi con i cellulari, leggono e-book, si cibano di panini preconfezionati con coca cola, ascoltano la musica piratata su mp3, vestono abiti alla moda qualunque essa sia, etc.
Allora contro cosa combatto questi quattro fessi che ogni volta devastano il bene comune, probabilmente sfuggono dall'inezia e capacità di autodeterminarsi in una società frenetica che non rispetta più nessuno.
Un tempo questi fenomeni erano collegati ad attività politiche estremiste, dove si cullavano leader e trascinatori, movimenti in cui si sono formati anche personaggi politici e quando si discutteva si leggeva filosofia e storia. Ora nelle piazze si agitano adolescenti demotivati e disossati, viziati, pronti a combattere pur di ottenere tutto e subito, senza passare da quelle regole di sacrificio e meritocrazia.
Mi ricordo anni fà la famosa spesa sociale del gruppo anarchico insurreazionalista di Casarini, andarono nei centri commerciali a rubare per il famoso diritto al possesso di un neo anarchico Robin Hood, solo che questi delinquenti non rubarono pane e formaggio o libri di testo per la loro fame fisica ed intellettuale. Uscirono dai negozi con tutti quegli oggetti tipici del mondo consumista: notebook, telefoni, macchine fotografiche, telecamere, forni a microonde etc.
Forse l'argomento oramai si poggia su una piattaforma di banalità sconcertante, ma di fatto così è se vi pare!
Non posso nutrire rispetto per chi non mi rispetta, posso dare solidarietà al povero lavoratore che combatte per mantenere lo stipendio, ovviamente fino a quando la protesta non diventa reato, ma per questa classe di imbecilli che vogliono solo essere contro (ma cosa?) nessuna pietà, una sana dose di galera e di rieducazione sociale, mandandoli a lavorare per i veri poveri, per i malati, per gli sfortunati, solo così potrei vedere giustizia.
Ed in ultima battuta, si vada ad osservare quanto fatto al liceo romano in questi giorni, sede di occupazione di giovani borghesotti capitalini, vestiti e nutriti dai propri genitori, hanno devastato in modo atroce la scuola che gli avrebbe liberati dalla propria ignoranza, che gli avrebbe consentito quella emancipazione necessaria per avere un ruolo ed una valenza sociale.
Anche qui non hanno certo fatto gare di lettura o laboratori culturali autogestiti, hanno distrutto tutto!