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il mio blog è come la mia casa, chi vi entra sa di poter trovare accoglienza e conforto, ma con la spada vigile che protegge dal male.

venerdì 19 febbraio 2010

Selvaggio blu


Esiste una terra magica, dove le montagne hanno nascosto per secoli vallate inospitali, pareti rocciose a picco sul mare, cenge sospese tra graniti millenari, dove il vento ha strappato o storpiato qualsiasi pianta. Qui dei passaggi creati in gran parte dalla transumanze delle capre, oppure dal cammino di uomini solitari. L'unione dei vari sentieri, come in un gioco di enigmistica, ha portato alla realizzazione di uno dei trekking più belli ed estremi che abbia effettuato.
Si cammina per cinque giorni, con zaino affardellato, scorta di acqua e viveri, corde e accessori vari, sacco a pelo e quant'altro possa occorrere per cavarsela da soli.
La partenza è un inerpicarsi per massi granitici, qualche strada usata dai pastori locali, con il mare che appare e scompare come un bambino che gioca a nascondersi. La quota di camminamento è bassa, ma pian piano si arriva ai primi passaggi tecnici, massima attenzione alle pietraie oppure ai punti di impluvio. Il mare qui regna sovrano, con quel blu elettrico che solo la natura ha saputo creare, misto al sole autunnale ed alla terra selvaggia in tutte le sue cromie. Qui mi confronto con i quattro elementi della natura, assecondo la loro forza con il rispetto e la curiosità dell'apprendista.
Si cammina per tutto il giorno, fotografo ed annoto sul mio taccuino, osservo animali soli o in piccoli gruppi. Nel sottobosco si vede l'opera di scavo notturna lasciata dai conghiali. Il silenzio è apparente, la calma pure. Tutt'intorno a noi è un esplodere di vita, vita pura priva d'ipocrisia, vita fatta di necessità e certezza.
La sera ci si ferma, si individua un riparo e si raccoglie la legna per il fuoco prima del buio, si preparano i giacigli. La luce cede con dolcezza il passo alla notte, il mondo del sole sparisce. Il mondo del razionale e del lavoro, in cui si parla di genti e delle loro vite, in cui si mangia lo stretto necessario e si suda tanto, si dilegua per far spazio al buio.
Entriamo nel mondo della luna, delle fate con le loro magie. Il mondo irrazionale dei sogni, si parla delle genti delle loro storie e paure, si mangiano cibi cotti con il fuoco per fare baldoria, si beve il vino inebriante.
Quindi la notte delle stelle, in cui ci si abbandona al sonno e le fatiche della giornata si scaricano sulla nuda terra che ci ha portato sofferenza per il tanto camminare. Il sonno diventa profondo, quasi una morte apparente in cui solo il pensiero rimane in opera, giacché a lui è devoluto il compito di “riaccendere il corpo”.
E così, come dopo ogni sonno, il sole riappare ad indicarci la via e la vita. Così ci si sveglia pronti a ricominciare. Prima di andare via si riporta tutto allo stato in cui stava prima del nostro passaggio, rispettando la natura con lo stesso impegno con cui rispettiamo noi stessi.
Una colazione energetica, acqua, zuccheri, frutta secca. Poi in marcia, sui sentieri di “selvaggio blu” verso la nuova giornata di trek tra rocce, macchia mediterranea, capre solitarie e qualche falchetto o astore in cerca di prede. Noi stessi a contatto con la natura cerchiamo quello che potrà offrirci per e nostri bisogni: acqua di sorgente, bacche o frutti spontanei.
In alcuni tratti il passaggio è semplice, in altri dobbiamo attrezzare le vie su rocce a strapiombo, sfruttando le corde per quei punti critici. Altre volte si scende rapidamente in corda doppia quasi a bagnarsi le scarpe con le gocce d'acqua create dalle onde che si infrangono sugli scogli.
In cinque giorni non incontriamo nessuno, talvolta sentiamo qualche voce lontana, gente che rincorre il proprio bestiame, oppure gente che come noi abbandona le strade asfaltate per le pietre impolverate.
La simbiosi con la natura è totale, l'uomo è di nuovo ospite e non padrone, la fatica è fisica e quasi mai mentale. I vestiti puzzano di sudore, la pelle è rossa per il sole e per la polvere. Ma la libertà di questi luoghi non ha eguali.
Gli ultimi passaggi in corda sono fantastici, ma anche tristi se si pensa che ci portano verso il mondo asfaltato.
La strada ridiventa larga e pianeggiante, le voci ora sono accompagnate da corpi umani, gli animali ora hanno un guinzaglio, il cibo è abbondante, l'acqua scorre inutilmente da rubinetti aperti.
Il fuoco accende sigarette che poi cadono per terra, bruciando steppe e boschi.
Ora sto in una sedia, di fronte ad un computer a digitare di emozioni e sensazioni di un trekking di qualche anno fa, e si riaccendono dei ricordi che la mente rivive con malinconia.
Le mie emozioni forti sono vivere quotidiano per tante persone della montagna, il mio cercare l'estremo è l'antitesi del cercare la tranquillità di tanti altri.
Scrivo nel mio computer in una stanza calda, pubblico in rete, fuori continua a piovere e soffia il maestrale.

sabato 23 gennaio 2010

Tre tazze di té



tratto dal libro in foto di cui consiglio vivamente la lettura:

-- La prima volta che dividi il tuo té con un baltì, sei uni straniero. La seconda volta, sei un ospite onorato. La terza volta diventi parte della famiglia, e, per la nostra famiglia, noi siamo pronti a fare qualunque cosa, anche morire.--

-- Dottor Greg, devi trovare il tempo per condividere tre tazze di té. Forse siamo ignoranti. Ma non siamo stupidi. Siamo vissuti e sopravissuti qui per tanto tempo.--



tratta da: http://www.tretazzedite.it/

domenica 10 gennaio 2010

I "galleggiatori"



E' da tempo che cerco di trovare i contorni ad una tipologia di persone che ahimè sempre meno riesco a sopportare. Trovare una parola che descriva tale modello alla fine mi ha condotto ad una definizione: sono delle persone che galleggiano.
Non nuotano e manco affondano, vivono perennemente in una condizione in cui il galleggiare è l'unica attività degna di nota. Non affondano perché il loro sforzo è perennemente commisurato a tenere il corpo a galla, giammai si nota però uno sforzo superiore che consenta un movimento volontario. Non nuotano perché nella propria condizione caratteriale non è prevista un'azione che superi l'autosufficienza, che consenta il conseguimento di un fine od il raggiungimento di un guadagno.
La loro esistenza è pigra e vuota, sono tendenzialmente portati alla lamentela gratuita, tutto il loro mondo è commisurato ad una forma di egoismo ed egocentrismo che ricorda il periodo infantile, producono una serie di pensieri i cui risultati si realizzano solamente nella dimensione del nulla cosmico, probabilmente per il solo mantenimento di quell'attività celebrale connessa all'autosufficienza.
A volerne pensare bene parrebbe l'archetipo dell'Aurea Mediocritas di Orazio, ma credo invece sia semplicemente un imprescindibile tabù che limita l'autodeterminazione propositiva ed evolutiva.
Il galleggiamento coinvolge sempre più adepti, e mi chiedo se esistano scuole specifiche o dei centri di raccolta, oppure un qualche momento individuabile in cui ci si stacca dalla realtà e si comincia la vuota navigazione, che porterà a trascorrere il resto dell'esistenza passando di fianco a tutti gli avvenimenti ...senza mai cozzarne uno!
Si vedono spesso maree di uomini trasportati dalle onde, dalle correnti marine, muoversi in banchi omogenei oppure in piccoli gruppi, si confondono tra loro ed è impossibile trovare un'identità individuale nella massa. Loro si nutrono di calcio, grandi fratelli, pay tv, gossip, protesi fisiche varie, social network.
E' da notare che hanno una colorazione corporea, spontanea, variabile sulla base della colorazione predominante del gruppo in cui si trovano sospesi.
Se devo fare un'analisi teologica del mio enunciato, è probabile che proprio costoro sono i veri ed unici figli dell'Assoluto, che crea le onde marine e i moti perpetui.
Ma se manco così è, chi sono costoro?
Questa grande massa che si riproduce e si dibatte nei propri escrementi.

mercoledì 16 dicembre 2009

La risulta


Quanto accade in questi giorni in Italia, è la triste risulta di una deriva ideologica e culturale crescente in un popolo malvezzo alle regole, dove la scuola ha dimenticato l'insegnamento nella forsennata corsa all'autocommiserazione, dove i libri sono sostituiti da riviste di gossip e calcio-mercato. Un popolo che continua a vivere nella convinzione che la responsabilità individuale sia secondaria alla responsabilità collettiva.
Una società, figlia malconcia della sottocultura sessantottina, con poche idee sul futuro ed uno stato di delirio nel presente, con la memoria pregna di cose sentite e mai viste quali fascismo e comunismo, due visioni estreme dello stesso problema: un popolo incosciente e sottomesso.
Il sottoprodotto di anni di lotta per i diritti ci ha portato a disconoscere i doveri. Doveri etici, deontologici, morali, dati dalla libertà collettiva garantita dalla responsabilità individuale.
La lotta è diventata vendetta, non si riesce più a dialogare civilmente, ogni azione pubblica deve essere subito etichettata (usando un eufemismo della rete, ogni pensiero deve essere taggato per poter essere riconoscibile dagli imbecilli) e nulla può essere più fine a se stesso.
Una mentalità corrotta e malata ci porta a dubitare del fatto a prescindere, tanto da riuscire a mascherare questa fobia collettiva solo con l'ipocrisia del sorriso e del ...volemose bene!
Le istituzioni non possono essere l'antagonista da combattere, né l'arbitro delle nostre azioni, e meno che mai l'assicurazione che risarcisce tutti i nostri danni.
Lo Stato è l'emblema nobile di un popolo sovrano, a cui va il massimo rispetto per il semplice fatto che lo Stato siamo noi, e quindi è autostima e non deferenza.
Basta con le lamentele di persone che vogliono tutto e subito, i tempi da seguire non sono quelli della tecnologia o di questa ansia sociale. Il tic tac della vita è quello di Gaia, che ci ha creato e ci raccoglierà fino ad essere polvere e poi nulla, assorbendo così i danni che abbiamo fatto.
Dicevano un tempo i saggi: non fare agli altri ciò che non vorresti sia fatto a te stesso, io aggiungo fai agli altri ciò che vuoi venga fatto a te.
Lo stato di inciviltà raggiunto è grave, ma ancora più grave è non rendersene conto, perseverare in questa pazzia del massacro. Le vittime non saremmo noi, ma i nostri figli a cui daremmo un mondo corrotto, educandoli nell'amore per la sopraffazione culturale e fisica.

lunedì 7 dicembre 2009

La cura



Cardini della libertà sono il confronto e la condivisione. In una società civile, come già detto nel mio blog, il necessario ricorso alle regole in antitesi all'anarchia, limita i forti e tutela i deboli. La democrazia applicata di una società in cui lo stato è sovrano di se stesso, passa per la suddivisione di quei "poteri" ritenuti basilari di una struttura, quella necessaria ripartizione tra il legislativo, l'esecutivo ed il giudiziario.
Non capisco perché da alcune parti, la magistratura necessita di una sovversiva necessità di condizionare ed affiancare chi ha il compito di stabilire le norme, mentre de facto ha il compito di curarne la rigorosa applicazione garantendo una giusta ed eguale azione di giustizia.
Una azione in cui la bilancia viene mossa dalla sola interpretazione di fatti passanti per colpe ed attenuanti, senza morali e preconcetti, in cui la condanna o l'assoluzione sono atti scientificamente spiegabili e ripetibili.
Lo scavalcamento è pericoloso ed oltraggioso. E' una casta che rivendica qualche divina concessione, o qualche mero funzionario governativo prestato all'arte in un momentaneo complesso di sublimazione?
Se dovessimo essere tutti giudicati da questi filosofi del diritto, tribunali e carceri passerebbero per nuove Accademie di Mistrà di platonica concezione, dove il danno verso la società non si paga ma si assorbe in dialoghi e nuove esperienze. Ma è evidente che così non potrà mai essere in uno stato di diritto e di regole democratiche, dove lo Stato ha un preminente compito di tutelarsi, se è vero che esso è costituito da persone piuttosto che da soggetti metafisici.
Per analogia di supposti, chi esercita l'azione esecutiva, non può permettersi di arrogare a sé pure l'azione di giustizia, e manco indicarle la direzione morale se di leggi si discute anziché di simposi teologici. L'azione di giustizia deve essere giusta, ma non può necessariamente corrispondente alle aspettative popolari, giacché il popolo non emette condanne o assoluzioni in sedi legali.
Chi ha l'onere delle leggi legiferi, e chi ha l'onere della giustizia giudichi, il popolo sovrintenda con il potere del consenso o con quello del dissenso.
Questa è democrazia!

domenica 26 luglio 2009

La tomba dell'informazione


Oramai i vettori classici dell'informazione stanno perdendo spazio, superati dai nuovi meccanismi di trasmissione che passano per la rete ed i cellulari. Sono le nuove aree di aggregazione, ed in queste ogni sito ofre un rilancio (link) o una finestra dedicata all'informazione.
A premessa, considero il sovrafollamento di news pressante ed invadente nei confronti dell'utente. Se è vero che diventa sempre più difficile conoscere il nome del nuovo vicino di casa, appare strano che poi diventiamo voraci consumatori di notizie che ci portano a sapere cosa ha mangiato a cena il Ministro Coreano oppure le varianti dell'indice della Borsa di New York (in un mondo di precari!).
Uso di proposito la parola "voraci", perchè l'informazione è diventata simile ad un alimento, viene confezionata su misura per persone golose, con colori attraenti e scatole lucicanti, venduta in tutte le piazze della rete e della telefonia mobile.
Essere informati non è più un'occasione di accedere alla conoscenza delle storie dei popoli e delle terre, ma è una esigenza di conoscere per commentare, un modo per dire io partecipo all'evento, benchè ignaro del contesto socio-politico-culturale che lo ha determinato. In sintesi conosciamo il numero delle vittime del conflitto in SRI LANKA ma non abbiamo idea di dove questo stato sia collocato, e la cosa non ci interessa minimanente!!
Sintomatico e deplorevole il fatto che le notizie siano commentate e votate, ogni testata giornalistica giornalmente redige la classifica delle notizie più gradite, e conserva i commenti di piazza offerti dalla gente, spesso delle sintesi di stupidità, banalità e disinformazione.
Il mestiere di giornalista dovrebbe essere ben diverso di quella persona che scarica le notizie dalle grosse agenzie, sulla base del gradimento dei suoi lettori e del suo datore di lavoro, così da meritare a fine giornata un bel "primo in classifica" per il giudizio dei voraci consumatori di spazzatura.
Le notizie non vengono più verificate, sono date in pasto alle masse senza certificazione. Le opinioni diventano notizie, con il geniale racconto in terza persona, distante dallo scrittore e dal lettore. Osservate in quanti articoli il giornalista si espone parlando in prima persona (ho visto ... ho sentito... ho letto...), quasi nessuno.
E gli utenti, affetti da bulimia cronica, in cerca di continue giustificazioni alla propria noia e frustrazioni, ingorgitano pagine su pagine di fesserie e strafalcioni giornalistici.
Leggete con distacco le notizie, leggete più testate e su diversi ambienti (carta stampata, libri, rete, radio etc.), ragionate sulla base delle vostre considerazioni, possibilmente verificando con approfondimenti su luoghi e genti. Solo così si potrà partecipare senza essere banali.